mercoledì 4 maggio 2011

Di nuovo sul terrorismo (e di nuovo sul Pakistan)

Nessuno sembra essere, a ragione o a torto, particolarmente sorpreso dalla notizia che Bin Laden fosse nascosto in Pakistan, precisamente ad Abbottabad, una città a due ore di macchina e cinquanta chilometri a nord della capitale Islamabad (grazie Luca Sofri) e dal conseguente imbarazzo delle autorità dell’alleato forse più ambiguo degli Stati Uniti. L’ambiguità del Pakistan deriva dal fatto che, almeno così appare, vi siano nella Repubblica Islamica due governi: il primo, ufficiale, guidato da Azif Ali Zardari, il secondo, ufficioso ma più potente, guidato da Ahmed Shujaa Pasha, il direttore dell’Inter-Service Intelligence, i servizi segreti.

È risaputa la simpatia di diversi ambienti dell’ISI nei confronti dei talebani, che contribuirono ad addestrare durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, di Al-Qaeda e di altri gruppi terroristici, quali il Lashkar-e-Taiba ritenuto responsabile degli attacchi a Mumbai del novembre 2008, spesso appoggiati in funzione anti-indiana. Il Generale Musharraf, Capo di Stato (il termine più corretto sarebbe probabilmente dittatore) del Pakistan dal 1999 al 2008, nel 2007 tentò, in uno sforzo volto ad apparire come il “migliore amico” degli Stati Uniti, di epurare l’ISI dagli elementi giudicati più compromessi con i terroristi, ma, soprattutto dalla gestione dell’affaire Bin Laden, emerge come in realtà i collegamenti tra i “servizi segreti deviati” pakistani e Al-Qaeda siano ancora forti. Difficile infatti credere che nessuno, all’interno dell’intelligence di Islamabad, sapesse dell’attuale ubicazione dello sceicco saudita, soprattutto considerato il livello di penetrazione dell’Agenzia all’interno della società pakistana, con metodi che ricordano quelli adottati dalla Stasi nella Germania dell’Est (con cui per altro pare l’ISI avesse lungamente collaborato) e fanno pertanto amaramente sorridere affermazioni come “Lo avremmo catturato se avessimo saputo dove si nascondeva”.

La risposta a domande sul perché gli Stati Uniti abbiano per anni “chiuso un occhio” su questa situazione e, in generale, sul Pakistan è probabilmente da ricercarsi in Cina. Storicamente alleata del Pakistan, la Repubblica Popolare cerca da anni di aumentare la propria sfera di influenza in Asia Centrale e nel Mare Arabico sfruttando il Pakistan come base, come dimostrano gli ingenti aiuti militari ed economici, tra i quali i mastodontici investimenti per lo sviluppo del porto di Gwadar. Il rischio di andare contro la Cina sicuramente ha sinora fermato un intervento diretto degli Stati Uniti, che hanno invece cercato di riavvicinare a sé il Pakistan con la stessa tecnica di aiuti economici e militari: dal 2003 infatti gli USA avrebbero trasferito in Pakistan oltre venti miliardi di dollari.

Se Bin Laden fosse stato scovato in uno dei villaggi delle aree più remote del Paese a ridosso del confine con l’Afghanistan, probabilmente (e sottolineo, probabilmente) oggi la “gaffe” dell’ISI sull’ubicazione del leader di Al-Qaeda apparirebbe come più verosimile, ma il fatto che tutto sia successo così vicino ad Islamabad non può che gettare ombre sul ruolo del Governo pakistano (a voi decidere quale dei due, tra quelli elencati all’inizio dell’articolo) nell’affaire Bin Laden e, più in generale, sulle vicende dell’Asia Centrale, dove ancor’oggi come un secolo fa, sebbene siano cambiati i giocatori, si gioca il Great Game.

sabato 11 dicembre 2010

Per ripicca

Tra il 2 e il 6 dicembre ho avuto occasione di collassare (mi sembra un termine più azzeccato di "dormire") ogni sera in una stanza dell'albergo Taj di Chandigarh, appartenente alla catena di alberghi di proprietà del gruppo Tata di cui fa parte anche il Taj Mahal Palace & Resort, tristemente balzato agli onori della cronaca in tutto il mondo nel novembre 2008 come uno dei bersagli dei tragici eventi di Mumbai. Non è mia intenzione generare invidie con questo post: la mia permanenza in quell'albergo mi ha fornito lo spunto per raccontare una storia breve e abbastanza curiosa, che ha per protagonisti una città, Bombay (come all'epoca veniva chiamata Mumbai), un albergo, il Watson's Hotel, e un uomo, J.N. Tata.

Vuole la "leggenda" che, una sera all'inizio del secolo scorso, il Watson's Hotel, all'epoca uno dei più lussuosi alberghi della città, rifiutasse l'ingresso a Jamsetji Tata, fondatore dell'omonima dinastia industriale e già all'epoca uno dei principali uomini d'affari del Paese, poiché l'albergo era "riservato ai bianchi". Adirato per questo rifiuto, Tata decise di costruire un albergo che superasse in bellezza e comfort qualsiasi altra struttura dell'epoca e che fosse aperto a tutti, senza distinzione di razza (termine obbrobrioso, ma molto in voga all'epoca). Il Taj Mahal, il cui nome fu scelto come richiamo alla bellezza e all'opulenza del mausoleo di Mumtaz Mahal, moglie prediletta dell'imperatore Moghul Shah Jahan, ad Agra, aprì i battenti il 16 dicembre 1903.

Sebbene molti storici oggigiorno contestino la veridicità di questo racconto, adducendo come ragione che Tata non fosse un uomo vendicativo, mi piace pensare che in uno slancio d'orgoglio un indiano, osò sfidare e battere gli inglesi, ribadendo il profondo senso dell'ospitalità della sua terra natale; la stessa ospitalità che secoli prima permise ai suoi antenati di trovare rifugio dalla Persia assoggettata all'Islam.

Cronache dal Nordest - Prologo

Un po' di storia

Bisogna appellarsi alla travagliata storia del subcontinente indiano per spiegare come oggi gli stati di Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland e Tripura possano fare parte della federazione Indiana. Uniti oggi al resto dell'India da un "corridoio" che passa a Nord del Bangladesh, questi Stati fecero un tempo parte dell'Impero Britannico: con l'indipendenza dell'India, la Partition e la creazione del Pakistan orientale (l'odierno Bangladesh) nel 1947, i territori noti in epoca imperiale come Eastern Bengal and Assam vennero spartiti, lasciando all'India i territori di confine con la neonata Repubblica di Birmania, assieme ai protettorati indipendenti di Tripura e Manipur.


Con la fine del Raj britannico, la situazione della regione non era destinata a migliorare: nel 1962, le dispute territoriali tra India e Cina lungo il confine dell'allora Northeast Frontier Agency sfociarono in un conflitto armato, che vide la vittoria della Cina. Ancora oggi, a distanza di quasi cinquant'anni, lo Stato indiano dell'Arunachal Pradesh (in cinese Zangnan) è rivendicato dalla Repubblica Popolare ed è un tema ricorrente ogni volta che i governi indiano e cinese si incontrano per colloqui ufficiali. Da allora, come se non bastasse, un sempre maggior numero di gruppi insurrezionalisti è sorto nella regione, rivendicando maggiori autonomie, quando non addirittura l'indipendenza. Un rapido giro su Wikipedia permette di identificare ben sedici sigle collegate a gruppi armati operanti nella regione, ognuno mirante all'autonomia o all'indipendenza di un determinato Stato o di una specifica regione.

Un po' di etnologia e antropologia culturale

Il retaggio culturale delle popolazioni del Nordest dell'India è totalmente slegato da quello del resto della nazione, a cominciare dalla lingua: se infatti la maggior parte delle lingue indiane può essere inclusa in due grandi gruppi, ossia quello delle lingue indo-ariane a nord e quello delle dravidiche a sud, le lingue originarie della zona appartengono al gruppo delle lingue tibeto-birmane. All'interno di questo gruppo, è poi possibile identificare decine di lingue diverse, frutto della frammentarietà della società locale, in particolar modo presso il gruppo etnico dei Naga, localizzato nella parte più orientale della regione.

I Naga rappresentano forse la popolazione più particolare, tra quelle che abitano il Nordest dell'India: localizzate principalmente negli Stati di Assam, Arunachal Pradesh, Manipur e Nagaland, con propaggini fino nell'odierno Myanmar, le tribù facenti parte della Confederazione dei Naga (tra le quali Wikipedia - sempre lei - cita Anal, Angami, Ao, Chakhesang, Chang, Khiamniungan, Konyak, Lotha, Mao, Maram, Pochury, Phom, Poumai, Rengma, Sangtam, Sema, Tangkhul (Wung), Yimchunger e Zeliang - che ho riportato per far capire dai nomi l'affinità con le culture tibetane e birmane) hanno mantenuto nel corso dei secoli usanze e stili di vita che risalgono alla notte dei tempi, compresa la tradizione, oggi per fortuna abbandonata, della caccia alle teste. Ancora oggi, le tribù si sforzano, nonostante l'avanzata dell'occidente anche in zone così remote, di mantenere vive le proprie tradizioni, i propri balli e le proprie celebrazioni tribali.

Con la notevole eccezione degli Assamesi e dei Meitei del Manipur, le popolazioni del Nordest non hanno mai abbracciato la fede induista, mantenendo in molti casi le loro credenze tribali, legate a culti animisti. Il Nordest rappresentò terreno fertile per le attività dei missionari, giunti nella regione in seguito all'annessione all'Impero Britannico: la stragrande maggioranza dei Naga oggi professa la fede cristiana.

All'atto pratico

Presto mi dovrò recare a Dimapur, principale polo commerciale del Nagaland, per prendere parte alla fiera North East Agri Expo. Oltre a stare attento a non risvegliare nei Naga l'antica abitudine per quanto concerne le teste (in particolar modo la mia), questo ha comportato una serie di lungaggini burocratiche legate all'ottenimento di un permesso speciale, necessario per ogni straniero che intende recarsi nel Nagaland.

Giusto ieri ho ricevuto il Protected Area Permit - Registration NO.CON-3/PAP/12/2009 Under Para 3 of the Protected Areas Order 1958 (ah, la burocrazia indiana), quindi i fidati lettori del mio blog, ossia al momento - credo - mia madre ed Anecoico, potranno deliziarsi con le mie Cronache dal Nordest, sempre sperando che la mia chiavetta internet funzioni da quelle bande.

venerdì 10 dicembre 2010

Tutto è arte

Nek Chand Saini è l'artista che non ti aspetti: nato nel 1924 a Lahore, ispettore del Public Works Department della neonata Chandigarh, un giorno di quasi 40 anni fa da una piccola capanna cominciò a creare un mondo immaginifico, fatto di sculture astratte, antropomorfe e zoomorfe, cascate, fiumi, ponti, torri. "Particolarità nella particolarità", è tutto realizzato unicamente grazie a scarti di materiali da costruzione e altri rifiuti urbani, magistralmente composti a rendere viva la visione dell'artista in quello che è noto come il Rock Garden.

Quello che colpisce appena giunti è l'altezza dei varchi: quella di Chand è la rappresentazione di un mondo ultraterreno, popolato di dei, eroi e protagonisti del mito e pertanto gli uomini devono entrarvi chinati, in segno di rispetto. Chi ha un po' di conoscenza del mito indiano, vagando per la "prima fase" del giardino, non può non riconoscere da subito certi specifici temi, come il dio Shiva armato del suo tridente che, dall'alto del monte Kailash, guarda verso i mortali, o intravedere nelle architetture abbozzate le leggendarie città di Indraprastha, Hastinapura e Ayodhya, o nelle cascata e nei rivoli rappresentazioni dei fiumi sacri dell'India. Tutto nel Rock Garden sembra studiato coscientemente per suscitare stupore ad ogni angolo, ad ogni veduta, ma si tratta di un lavoro spontaneo, frutto di ispirazione estemporanee date dalle forme degli oggetti trovati nelle discariche di materiale edile, sulle rive di fiumi, nel corso di lunghe passeggiate in bicicletta nell'area.

Il senso dell'opera si perde purtroppo nella "terza fase" del parco, più simile ad un parco giochi per famiglie indiane, con tanto di specchi deformanti, acquari, altalene e castelli gonfiabili, ma basta spostarsi verso la seconda fase per ritrovarsi di nuovo immersi in un mondo surreale, popolato di strane creature bi o tricefale che sorridono ai visitatori e animali appena distinguibili. L'ultima parte del Rock Garden è una celebrazione dell'umanità, con statuine di persone comuni, fornai, camerieri, impiegati, beoni (distinguibili da una bottiglia di birra vuota tenuta in posizione orizzontale), donne dai sari variopinti (realizzati con le guaine dei cavi elettrici), famiglie intere, bambini che giocano su un albero mentre il padre vigila e tutto quello che uno aspetterebbe di trovare nel nostro mondo, di cui questa parte del Rock Garden vuol'essere rappresentazione.

Il Rock Garden porta alle estreme conseguenze il senso di straniamento che colpisce il viaggiatore che arriva in India: non si tratta soltanto più di una cultura diversa dai nostri canoni, ma di un mondo totalmente diverso, dove si abbandona il nostro reame per entrare in un'altra dimensione, che appare davvero, nonostante i materiali prettamente d'uso comune, più appartenere agli dei che non agli uomini.


Per fortuna la cenere non mi manca

Essendo un fumatore, per fortuna ho a disposizione sufficiente cenere per coprirmi il capo: un blog fermo da un anno e mezzo, nonostante varie promesse e ripromesse, è una cosa indegna. Non cercherò scuse: sono stato molto poco in India nel 2010, quindi sostanzialmente non avevo granché da raccontare, specie considerato che il mio blog si chiama "Fare l'indiano". Probabilmente, si fosse chiamato "Ho qualcosa in serbo per voi", "Zorba il Greco", "Nos Piemont" o "Il blogger sul trattore", avrei scritto più articoli, ma, visto che mi ero prefisso di parlare di India con gli occhi dell'insider, è forse stato meglio così.

Per farla breve: sono tornato in India, nel 2011 sarò molto più spesso qua (non ci vuole davvero molto) e quindi c'è il serio rischio che io scriva qualche articolo.

L'unica mia (magra) consolazione è che comunque la media dei miei articoli sull'arco di tempo supera largamente quella di Giovanni Floris su "Il Post".

Davide

lunedì 17 agosto 2009

Sono tornato

Dopo mesi di assenza, dovuti ad un misto di malattie (come dice un mio amico medico, non si esce mai indenni dal terzo mondo), lavoro e un briciolo di ferie, torno al caro "vecchio" blog, ripromettendomi una maggior costanza nell'aggiornamento.

Ciao a tutti,

Davide

sabato 23 maggio 2009

The Modi magic

Non molti sanno meglio di me quanto sia difficile trovare un buon titolo per un articolo, breve ma esplicativo ed efficace allo stesso tempo, che riesca a rimanere impresso nella mente del lettore. Di sicuro vi è pienamente riuscito l'autore del titolo apparso in questi giorni, dopo l'inaspettato risultato elettorale nello Stato del Gujarat: "'Modi magic' fails to sweep Gujarat, again" [La 'magia di Modi' non riesce a fare piazza pulita, di nuovo].

Narendra Modi, Chief Minister del Gujarat e indicato come possibile Primo Ministro per il Bharatiya Janata Party, è sicuramente uno dei personaggi più controversi della politica indiana. Sotto la sua guida, il Gujarat o, per mutuare lo slogan dello Stato, il Vibrant Gujarat ha espresso al pieno il suo potenziale economico, giungendo ad un contributo alla produzione industriale della Nazione pari al 16% e diventando la meta preferita per gli investimenti sia nazionali che stranieri. Infrastrutture di prim'ordine, porti ed aeroporti moderni, zone industriali in grado di attrarre investitori da tutto il mondo sono l'impronta che Modi vuole lasciare al suo Stato.

C'è però un "lato oscuro" del governo di Modi, ossia l'intolleranza religiosa: nell'India multietnica e in cui per secoli Hindu, Musulmani, Buddhisti e Cristiani hanno convissuto in pace, il BJP ha lanciato in Gujarat un'offensiva contro le altre religioni, che si è tradotta nei tentativi di instaurare leggi contro la conversione religiosa e nelle violenze contro i musulmani del 2002, sulle quali Modi è stato da più parti accusato di aver condiscendentemente chiuso un occhio per permettere la creazione di un clima di terrore.

Nelle ultime elezioni politiche, sembrava che il BJP dovesse davvero fare piazza pulita dei ventisei seggi dello Stato del Gujarat al Lok Sabha, ma la risicata vittoria 15 a 11 dimostra che, nonostante i grandi successi economici e le numerose iniziative per la modernizzazione del Gujarat, gli elettori indiani non sono disposti a chiudere anch'essi un occhio sulla questione religiosa. Davvero la ricetta di Modi, pur avendo qualche ingrediente "magico", ha fallito.

domenica 17 maggio 2009

Manmohan atto II

Con la tornata del 13 maggio si sono concluse le elezioni in India e, grazie al sistema di votazione elettronico, già la mattina del 17 si sono avuti i risultati degli scrutini, che hanno visto una netta riconferma della United Progressive Alliance, la coalizione guidata dal Congress Party di Manmohan Singh e Sonia Gandhi. Il conferimento di un secondo mandato consecutivo allo stesso candidato premier, evento estremamente raro nella storia della democrazia indiana, va ovviamente letto come segno di apprezzamento per il lavoro sin qua svolto, ma anche come la conseguenza dell'incapacità da parte della coalizione avversa, la National Democratic Alliance, di presentare un candidato in grado di conquistare il consenso della popolazione.

Come testimonia la seduta di lunedì 18 maggio della Bombay Stock Exchange, chiusa per eccesso di rialzo, positive sono state le reazioni da parte del mondo degli affari indiano, a cominciare da Vijay Mallya, il patron della Kingfisher indicato a volte come "Mr. Good Times" e a volte come il Richard Branson indiano, che auspica una nuova stagione di riforme per liberalizzare ulteriormente il mercato. Non più ostaggio dei partiti dell'estrema sinistra refrattari alle riforme (mi ricorda qualcuno) grazie ad una schiacciante maggioranza in Parlamento, la UPA difatti può terminare la sua agenda politica e far compiere passi da gigante al processo di liberalizzazione cominciato dallo stesso Manmohan Singh nel 1991, quando era Ministro delle Finanze del Governo di Narasimha Rao.

I numeri, come si suol dire, ci sono tutti e, come ormai tradizione in tutte le democrazie, i primi cento giorni di governo saranno indispensabili per valutare quale sarà l'effettiva portata di tale vittoria. "Fare l'indiano", fatti salvi i tanti impegni di lavoro dell'autore, sarà qua per raccontarveli. Stay tuned.

domenica 3 maggio 2009

Il matrimonio al tempo di Internet

Per una società basata sulla famiglia e su una intricata tela di rapporti sociali quale quella indiana, il matrimonio rappresenta una vera e propria ossessione. Basato su un accordo tra famiglie, dettato da ragioni di convenienza economica e di prestigio sociale, in cui i futuri sposi raramente hanno vocein capitolo, il matrimonio indiano obbedisce a regole che noi occidentali non riusciamo a cogliere e sovente bolliamo come barbare. Le leggi del varna proibiscono nella maniera più assoluta il matrimonio tra appartenenti a caste diverse, pertanto l'organizzazione di un matrimonio parte dalla spasmodica ricerca di un candidato o candidata ideale all'interno della propria casta, quando non addirittura della propria sottocasta.

Se nell'India rurale, oggi come secoli fa, in tale selezione hanno un ruolo fondamentale figure come astrologi, sacerdoti, intermediari ed usurai (questi ultimi necessari sovente ad assicurare alla famiglia della sposa la possibilità di soddisfare le esorbitanti richieste di dote dei futuri consuoceri), nelle megalopoli stanno sempre più assumendo importanza i portali internet per la ricerca del futuro sposo o della futura sposa, come BharatMatrimony.com o Shaadi.com. In un paese dove si contano circa 80 milioni di utenze internet, tali siti dispongono di decine di milioni di profili, creati non solo online ma anche tramite il supporto di centri in franchising, aperti per offrire supporto ai non avvezzi al computer. Aperti per la maggior parte verso la fine degli anni '90, questi portali hanno nel corso di pochi anni sviluppato un giro d'affari da 600 milioni di rupie, una cifra da capogiro.

Ma cosa aspetta chi si collega ad uno di questi siti? L'esperimento con BharatMatrimony.com mette in risalto tutti i controversi aspetti del matrimonio indiano: nella schermata iniziale si può accedere alla funzione di quick search, che giustamente si deve basare unicamente sugli aspetti fondamentali, in questo caso sesso, fascia d'età, religione, casta e presenza di fotografia. Per l'esperimento, suppongo di voler cercare una moglie di età compresa tra 22 e 26, di religione hindu e casta braminica - saraswat e la ricerca produce 92 risultati. La stragrande maggioranza delle presentazioni delle potenziali future mogli è ovviamente in terza persona, affidata o ad un genitore o ad un fratello, o comunque a qualcuno che avrà l'autorità di negoziare i termini dell'accordo matrimoniale. Aprire un profilo significa trovarsi di fronte ad un identikit completo, in cui la disposizione delle schede spiega meglio di mille parole quali siano i criteri con cui una moglie viene selezionata: la scheda socio-religious background difatti occupa il secondo posto, subito dopo le informazioni base, mentre hobbies and interests, che a noi sembrerebbe fondamentale, è relegata verso il fondo, dopo educational and professional information e family details.

Usanze, superstizioni e regole vecchie di millenni hanno trovato nuova linfa tramite lo strumento più moderno, Internet, in quella che ad un occhio occidentale non può non apparire come una contraddizione, ma che in India rappresenta la norma. Nel corso dei millenni, l'India ha infatti sempre assimilato, integrato ed adattato alla propria mentalità le diverse istanze culturali con cui è venuta in contatto, e Internet non rappresenta certo un'eccezione.

martedì 28 aprile 2009

Viaggiare in India: Jodhpur

Jodhpur, l'antica capitale del Marwar, da cui gli eserciti dei Rajput, discendenti mitologici del Sole stesso, mossero guerra al potente Impero Moghul, riuscendo a mantenere la propria fiera indipendenza. Jodhpur, la fiabesca città blu dominata da secoli dall'imponente Mehrangarh, che nemmeno i più ingegnosi assedi riuscirono a conquistare. Jodhpur, da cui generazioni di intraprendenti mercanti Marwari sfidarono il deserto del Thar in nome della ricchezza. Peccato che nessuna di queste antiche e gloriose immagini, complice una poco felice ubicazione, giunga alla mente arrivando alla stazione degli autobus: i palazzi non sono blu, il forte non si riesce a scorgere e l'unico assedio a cui si assiste è quello dei guidatori di autorickshaw che cercano di accaparrarsi i turisti.

Bastano però pochi minuti di
autorickshaw perché davanti agli occhi si presenti uno scenario fiabesco: la città vecchia sembra un lago di indaco e su di essa si staglia in tutta la sua imponenza il grande forte dei Rathore, il Mehrangarh, la cittadella del Sole. Voluto nel 1459 da Rao Jodha, quindicesimo Raja di Rathore e rimaneggiato nel corso dei secoli dai suoi successori, il forte sembra la naturale prosecuzione della collina su cui è posizionato, a circa 125 metri sopra la città. Alla sua conservazione ed a tutte le attività turistiche, culturali e museali provvede una fondazione, la Mehrangarh Museum Trust, presieduta da Gaj Singh II, l'odierno Maharaja di Jodhpur. Il lavoro svolto dal trust è encomiabile: il forte è in un perfetto stato di conservazione, decine di operai sono continuamente al lavoro per preservare i tesori architettonici del forte dall'inclemente clima del Marwar e nessun accorgimento è stato lasciato al caso per rendere la visita al forte piacevole. Una particolare nota di merito va alle audioguide, che normalmente io detesto, in perfetto italiano e ricche di informazioni utili ed approfondimenti.

Scendendo dal Mehrangarh si arriva, attraversando la città vecchia dai muri dipinti di indaco, al Bazaar, dedalo di vicoletti dove centinaia di negozi vendono di tutto, dalle spezie all'elettronica, dalla verdura all'artigianato in legno. Gli occhi sono rapiti dal trionfo di colori rappresentato dalle spezie sulle bancarelle, le grida dei mercanti che invitano le persone a comprare nel loro negozio si mischiano in una cacofonia di suoni. Si alza un alito di vento, insufficiente a portare un minimo di sollievo dalla calura ma abbastanza da sollevare il curry e il peperoncino e a depositarlo gentilmente nei miei occhi, con grande ilarità dei passanti. Il clima inclemente rende necessaria una continua idratazione e scopro gusti nuovi, dal
makhania lassi, specialità di Jodhpur a base di yoghurt, zafferano e burro, al frullato di papaya.

Per cercare di sfuggire alla calura, un'altra ottima soluzione è spostarsi a Mandore, ad una decina di chilometri dal centro città, dove una volta sorgeva l'antica capitale dei Rathore, prima della fondazione di Jodhpur. Oggi questa località, divenuta negli anni un sobborgo di Jodhpur, ospita un piacevole parco, dove si può passeggiare tra i cenotafi dei Maharaja ed ammirare la
Hall of Heroes, un galleria di quindici statue dove mito e realtà si incontrano, dove accanto alle raffigurazioni delle divinità trovano spazio quelle dei condottieri Rathore.

Giunge la sera e il dovere mi chiama indietro a Delhi: dopo un lauto pasto e un paio di birre, alle 22.00 salgo su un pullman del Rajasthan State Road Transport Corporation. Alle 05.00 sarò a Jaipur, dopodiché troverò anche un modo di tornare a Delhi. Forse.

martedì 24 marzo 2009

Sta arrivando

Annunciata in pompa magna all'AutoExpo di New Delhi nel gennaio del 2008 e al 78° Salone dell'Auto di Ginevra nel marzo dello stesso anno, dal 1 aprile sarà disponibile sul mercato la Tata Nano, l'auto del popolo, destinata a rivoluzionare il mercato automobilistico indiano, e non solo. Nata come una sfida personale di Ratan Tata, il patron dell'omonimo impero industriale, dopo aver attraversato numerose traversie, legate principalmente alle proteste dei contadini del West Bengal contro l'esproprio delle terre per la costruzione della fabbrica dedicata, che hanno costretto allo spostamento della produzione in Gujarat, la People's Car arriva finalmente nelle showroom di tutta la Nazione. La Nano sarà venduta al prezzo di 100.000 rupie (1.450 Euro circa al cambio odierno), cifra estremamente simbolica della mentalità indiana, tant'è che ad essa viene assegnato un nome specifico nel sistema di computazione, il lakh.

Considerato che una moto costa, al top della gamma, tra le 80.000 e le 120.000 rupie, è naturale immaginare che le orde di motorini che intasano le strade delle metropoli indiane e su cui si viaggia in numero variabile da una a quattro persone verranno presto sostituite da orde di Nano, ma quale sarà l'effettivo impatto? Tralasciando valutazioni personali sulle assai scarse capacità automobilistiche della maggior parte degli indiani, sebbene condivise, vi sono due considerazioni decisamente più oggettive.

La prima è di natura ambientale: è vero che la Nano si attiene alle norme di emissione più avanzate in India, ma è anche vero che lo standard in questione, noto come Bharat Stage III, come si può intuire corrisponde al nostro Euro III. Se le previsioni di vendita di un milione di vetture all'anno si riveleranno azzeccate, si correrà effettivamente il rischio di un notevole impatto sull'inquinamento atmosferico, che nelle metropoli come Kolkata supera ampiamente i livelli di guardia.

La seconda invece riguarda la situazione infrastrutturale del Paese: la rete stradale delle principali metropoli è già totalmente congestionata dall'enorme volume di traffico, dalla generale indisciplinatezza degli automobilisti e da alcune brillanti soluzioni, quali i totalmente inutili posti di blocco della polizia, curiosamente sempre posizionati sulle strade più trafficate e nelle ore di punta. Questa situazione si aggrava ulteriormente con le piogge torrenziali del periodo dei monsoni, da luglio a settembre, con casi eclatanti come la quasi totale paralisi di Mumbai. Aggiungere un milione di veicoli in più all'anno, dei quali la maggior parte sicuramente andrà nelle metropoli e nelle città di "Fascia II", nelle quali è concentrata la maggior parte della ricchezza della Nazione, potrebbe significare il definitivo collasso della rete stradale.

Come tutte le rivoluzioni, anche quella della Nano avrà, due facce: oltre a indubbi benefici ad un mercato, quello dell'auto, che anche in India sta attraversando una fase di stagnazione, bisognerà aspettarsi anche degli svantaggi. Con buona pace di chi, come me, passa nel traffico delle metropoli indiane parte delle sue giornate.

Un consiglio ai tanti che avranno pensato di fare affari tramite un'importazione parallela di Tata Nano in Italia: al momento, l'automobile non rispetta i requisiti di sicurezza stabiliti dalla EuroNCAP, quindi meglio desistere. TATA ha per altro già annunciato che verrà studiata una versione per i mercati europei, sicuramente più costosa ma in linea con i nostri requisiti ambientali e di sicurezza.

domenica 22 marzo 2009

Viaggiare in India: da Delhi a Khajuraho

Atto I - da Delhi a Gwalior

Come tutte le stazioni ferroviarie dell'India, Hazrat Nizamuddin a New Delhi è un crogiolo di umanità dove ricchi e poveri, giovani e vecchi si trovano, accomunati da un viaggio su una delle reti ferroviarie più estese al mondo. Il Gondwana Express naturalmente è in ritardo e non c'è modo migliore di ingannare l'attesa che bere un chai in un chiosco, guardando le centinaia di persone che si accalcano nella stazione. Vedere le classi più basse dei treni mi fa venire i brividi: la mancanza di qualunque forma di prenotazione fa sì che nei vagoni si ammassino persone ben oltre il limite di capienza e solo i più agili e i più fortunati possono approfittare di una delle panchine di legno. Per fortuna la classe 2A in cui mi trovo io una volta salito sul treno è decisamente migliore e, dopo un sonno ristoratore durante il viaggio, raggiungo Gwalior, la prima tappa.

La prima impressione è la stessa di tutte le città dell'India del Nord, ossia di polvere, traffico e caos, ma la vista della fortezza che dall'alto di una collina rocciosa domina la città fa dimenticare tutti gli aspetti negativi.
Come ho già avuto modo di denunciare in un precedente post, il Forte di Gwalior, pur non avendo nulla da invidiare alle più rinomate fortezze del Rajasthan, giace in uno stato di forte incuria, dovuta verosimilmente al fatto che, non essendo una meta molto gettonata da parte dei turisti occidentali, non vi sono particolari interessi nel conservare al meglio l'area. L'altra faccia di questa medaglia è l'estrema cordialità della gente, che non ha ancora piegato la tradizionale ospitalità indiana alle esigenze del business, come testimonia il rifiuto di servire carne di agnello in un ristorante perché vecchia di un giorno.

Nella luce soffusa del tramonto, scendendo dalla rocca verso la città, si incrocia lo sguardo delle statue dei Tirthankar giainisti, la cui aura di seraficità impressa da secoli nella roccia non può non riportare alla mente le parole di Max Mueller: " Se mi venisse chiesto sotto quale cielo l'ingegno umano ha sviluppato alcuni dei suoi doni migliori, ha più profondamente ponderato sui più grandi problemi della vita ed ha trovato delle soluzioni, indicherei l'India".


Atto II - Da Gwalior a Orchha

Il Gondwana Express lentamente si avvia fuori della stazione di Gwalior e percorre le campagne sonnolente del Madhya Pradesh del nord, costeggiando le testimonianze in rovina di quelli che furono potenti Stati, come l'imponente e totalmente negletto palazzo di Datia. Il nome di Jhansi, importante nodo ferroviario e tappa obbligata per raggiungere Khajuraho, riecheggia nelle cronache delle lotte indiane per l'indipendenza: dal suo seicentesco forte infatti la Rani Lakshmibai, figura entrata a pieno titolo nel pantheon di eroi dell'India indipendente, mosse battaglia alle truppe inglesi durante la rivolta del 1857, cadendo nei pressi di Gwalior.

Ad una manciata di chilometri da Jhansi,
in un leggero avvallamento sulle rive del fiume Betwa, si trova Orchha, uno dei gioielli della regione del Bundelkhand. Dalle finestre dell'imponente palazzo si gode una vista magnifica sulla piana, la cui uniformità è intervallata unicamente dalle guglie dei numerosi templi costruiti a partire dal XVI secolo.

Atto III - Da Orchha a Khajuraho

Mancando un qualunque collegamento ferroviario, per raggiungere Khajuraho bisogna per forza affidarsi o ai numerosissimi pullman o ad un taxi privato. Le pessime condizioni della strada non permettono di superare una media dei 30 km/h in pullman o 50 km/h in auto, rendendo incredibilmente lungo un viaggio di circa 180 km. Se a Ranipur e Chhatarpur, tappe obbligate dei pullman sulla NH75, la presenza degli occidentali suscita curiosità ma non particolare stupore, diversa è l'impressione sugli abitanti dei villaggi di Mao e Nowgong, per cui il vedere dei bianchi scendere da una macchina e andare verso un banchetto di succhi di frutta non deve aver dato sensazioni diverse dal vedere degli alieni sbarcare da un disco volante.

Dopo un viaggio che sembra interminabile, si raggiunge finalmente Khajuraho, dove ad un'alta affluenza di turisti corrisponde, quasi logicamente, un gran numero di procacciatori d'affari, che in quasi tutte le lingue del mondo invitano i turisti nelle decine di negozi e alberghetti sparsi per la città. Famosa per i suoi templi decorati con motivi erotici (questa è una definizione molto da guida turistica, io parlerei tranquillamente di pornografici), Patrimonio dell'Umanità, Khajuraho è l'esatto opposto di Gwalior, ben tenuta, curata e oggetto di continui restauri. Anche se l'insistenza di venditori e procacciatori può essere a tratti snervante, rappresenta sicuramente una meta affascinante.

lunedì 23 febbraio 2009

Viaggiare in India: Bhopal e Sanchi

Il nome di Bhopal è associato ad una delle più grandi tragedie industriali della Storia: è passata da pochi minuti la mezzanotte del 2 dicembre 1984 quando, a causa di un guasto agli impianti di contenimento dei prodotti chimici, dalla fabbrica della Union Carbide si riversano sull'assopita città indiana 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), componente essenziale nella fabbricazione dell'insetticida Sevin. Ancor'oggi, a più di ventiquattro anni di distanza, i segni del disastro si fanno sentire, soprattutto nella popolazione ammassata nei quartieri popolari a ridosso dell'area industriale dove aveva sede la Union Carbide.

Arrivando dalla città vecchia, il muro che costeggia la strada è ricoperto di riquadri neri, le cui scritte bianche chiedono giustizia per le vittime del disastro e denunciano la collusione tra Union Carbide, The Dow Chemical Company, l'azienda che rilevò la Union Carbide nel 2001, e il Governo del Madhya Pradesh, reo a detta degli accusatori di non aver agito con sufficiente incisività per contrastare gli effetti venefici delle infiltrazioni di MIC nel terreno e di aver appoggiato gli interessi americani piuttosto che la popolazione. Frotte di ragazzini, in cerca di qualche rupia, circondano il mio autorickshaw mentre mi avvicino all'area industriale, lanciano qualche sassolino ma scappano alla prima occhiataccia, salvo ricomparire dopo pochi minuti per chiedere ancora più insistentemente la carità e lanciare qualche altro sassolino. Tutto si ferma al comparire di un poliziotto, evidentemente deputato al sorvegliamento della fabbrica, che mi informa, con mio profondo disappunto, che l'unico modo per accedere al complesso della Union Carbide è l'ottenimento di un modulo presso un ufficio specifico. A nulla valgono i blandi tentativi di convincere la guardia e mi devo allontanare, non prima di aver buttato un occhio al profilo della fabbrica, che si staglia da dietro gli alberi.

Non resta altro che una passeggiata, perdendosi nell'intricato labirinto di vie che costituiscono il Chowk Bazaar, passando sotto gli imponenti minareti della Taj-ul-Masjid, una delle moschee più grandi di tutta l'India, e percorrendo le vie fino all'Upper Lake, dove cercare ristoro dal caldo, già forte a febbraio, all'ombra di uno dei gazebo sulle rive del lago, aspettando che il sole scenda e ne faccia risplendere la superficie. 

Gradevole come meta per un giorno, Bhopal costituisce soprattutto un'ottima base per esplorare la regione. Gioiello dell'area è Sanchi, a circa sessanta chilometri, vero capolavoro dell'arte e dell'architettura buddhista. Non stupisce che il grande imperatore Ashoka, convertitosi al buddhismo, avesse scelto proprio Sanchi per fondare il grande complesso monastico: ancora oggi il sito, immerso nella quiete della campagna del Madhya Pradesh, trasmette una sensazione di pace, interrotta unicamente dal lontano fischiare di un treno o dallo schiamazzare di qualche visitatore poco rispettoso. Esperienza unica è trovarsi a Sanchi al tramonto, quando ormai la maggior parte delle orde di scolaresche e di gruppi turistici ha abbandonato l'area e, nel silenzio quasi più assoluto, la luce morente del giorno dipinge di tonalità rosacee gli stupa che, da più di duemila anni, testimoniano la religiosità e il gusto dei regnanti indiani.

giovedì 19 febbraio 2009

L'ospite è Dio

Viaggiando per l'India, soprattutto nelle località meno battute dal turismo internazionale, capita sovente di imbattersi in monumenti di grandiosa bellezza, ma purtroppo lasciati nella quasi completa incuria e alla mercé dei vandali. 

Ne è un esempio calzante la maestosa fortezza di Gwalior, nello Stato del Madhya Pradesh, pressoché totalmente fuori da qualunque tour organizzato e non, dove gli edifici che una volta ospitavano la fastosa corte degli Scindia sono ridotti ormai in uno stato che ricorda decisamente le periferie delle nostre città.

Può poi capitare di essere oggetto di raggiri, schernimento e anche di un sasso lanciato da un ragazzino dotato di scarsa mira e di ancor minore educazione in una via di Bhopal. Chi rischia di più in assoluto sono le ragazze occidentali, di cui i ragazzi indiani hanno sovente un'immagine distorta, complice la trasmissione da parte delle emittenti locali di soap opera come "Beautiful", che sicuramente non annoverano modelli di virtù tra i protagonisti e che vengono prese, specie nell'India delle piccole città, come metro di giudizio su tutto l'Occidente, come ci ricorda Pankaj Mishra nel divertente libro "Pollo al burro a Ludhiana".

Per combattere questi fenomeni di malcostume, che rischiano di ledere l'immagine dell'India come meta accogliente per i turisti, il Ministero del Turismo ha recentemente lanciato una lodevole iniziativa di sensibilizzazione sul tema: Atithi Devo Bhavah. Sotto l'aspetto concettuale, la campagna pubblicitaria appare molto azzeccata, grazie ad una sapiente miscela di tradizione, rappresentata dal nome stesso dell'iniziativa, un antico detto sanscrito traducibile letteralmente come "l'Ospite è Dio [e come un Dio va trattato]", e di modernità, grazie alla scelta di un attore in voga quale Aamir Khan come testimonial.

Non resta che augurarsi che il messaggio venga recepito.

mercoledì 18 febbraio 2009

Una vita Tata

In Italia siamo abituati a considerare Tata unicamente come un produttore di automobili, non rendendoci conto delle effettive dimensioni del gruppo industriale fondato nel 1868 da Jamshetji Tata, discendente di una famiglia di sacerdoti Parsi del Gujarat. Quello che cominciò sul finire del XIX Secolo come un piccolo stabilimento tessile per la lavorazione del cotone a Nagpur divenne nel corso degli anni un'immenso impero economico, capace di avere interessi in molti ambiti della vita del consumatore indiano, come Vijay, il protagonista di questo breve racconto.
Il sole comincia a penetrare tra le tende e Vijay si sveglia. Sono le sette di una mattina come tante altre a Mumbai e, per vederci meglio, Vijay accende la luce grazie all'energia fornita dalla Tata Power. In cucina, la moglie Meenu sta facendo bollire la miscela di acqua e latte, dove poi metterà qualche busta di Tata Tea, e preparando le parantha, dosando sapientemente farina, spezie e il sale Tata. Vijay finisce di prepararsi, si infila l'orologio Titan, prodotto dalla Tata, e si reca in sala per la colazione e per guardare i notiziari, grazie al nuovo decoder satellitare Tata Sky. Sta finendo la sua colazione quando suona il suo cellulare, per il quale ha scelto un abbonamento Tata Indicom; Vijay sta invecchiando e per vedere il numero che lo sta chiamando deve inforcare gli occhiali Titan Eye: è Malhotra, un suo collega, che vuole comunicargli l'anticipazione della riunione prevista per le ore 15.00 alle 14.30. Poco male, risponde Vijay quasi meccanicamente, mentre arrivano finalmente a tavola suo figlio Amit, 27 anni, una laurea in informatica ed un buon posto alla Tata Consultancy, sua figlia Neeta, più piccola, in vacanza dai genitori per una pausa nelle lezioni all'Indian Insitute of Science di Bangalore, creato per volontà di Jamshetji Tata. Vijay guarda la sua famiglia riunita ed è contento, pensa di aver fatto un buon lavoro... a proposito di lavoro, se non si muove rischia di arrivare tardi e il traffico di Mumbai è spietato. Saluta la sua famiglia, si infila la giacca e scende verso la sua macchina, una Tata Indica rossa. Mentre sale in macchina pensa di andare a trovare un giorno l'altro suo nipote, Prakash, che lavora in un hotel della catena Taj Hotels a Jaipur.
La strada è già affollata, ci metterà almeno un'ora ad essere al suo ufficio alla Tata Steel. Poco male, si ripete Vijay, ho sempre la mia autoradio Sony a tenermi compagnia.
Nota di redazione: avrei potuto andare ancora avanti, aggiungere altri dettagli, ma mi sembra che questo racconto, così com'è, già dia una forte idea della penetrazione dell'impero Tata nella vita di tutti gli indiani.

lunedì 16 febbraio 2009

Google for PM

Le elezioni parlamentari in India si fanno sempre più vicine e, come è logico aspettarsi, è cominciato il bombardamento mediatico che contraddistingue qualunque democrazia durante le campagne elettorali. Singolare e senza dubbio inaspettata la scelta del Bharatiya Janata Party, che deve aver raggiunto un particolare accordo con Google per l'utilizzo di AdSense, dal momento che qualunque sito internet soddisfi semplicemente tre requisiti, ossia parlare di India, avere degli spazi Google AdSense ed essere raggiunto tramite un ISP indiano, è letteralmente inondato da annunci inneggianti a Lal Krishna Advani, candidato premier del BJP e della coalizione da esso guidata, la National Democratic Alliance.

Anche questo blog, se raggiunto tramite un ISP indiano, non sfugge a questa logica, a dimostrazione della viralità della campagna organizzata dai sostenitori dell'ottantunenne ex Ministro degli Interni al grido di "Advani for PM
". I link rimandano al sito internet del candidato di destra, a cui bisogna riconoscere una cura fuori del comune standard dei siti istituzionali indiani, decisamente studiato per attrarre il maggior pubblico possibile. Risulta evidente come anche un partito conservatore come il BJP, espressione della destra nazionalista indiana, abbia capito la fondamentale importanza di Internet per convogliare un messaggio politico ai giovani, che, come ho già avuto modo di ricordare in un precedente post, rappresentano un bacino elettorale di primaria importanza nel contesto indiano.

Non potendo, a differenza del Congress Party, proporre candidati giovani e al contempo credibili, ecco che la destra indiana si affida ad Internet ed ai nuovi media, sperando che criteri comunicativi simili a quelli che hanno portato alla Casa Bianca un quarantasettenne afroamericano possano riportare sulla cresta dell'onda uno dei politici più anziani dell'India.

venerdì 13 febbraio 2009

Abbaiare all'albero sbagliato

Evidentemente l'entusiasmo che ha attraversato tutto il mondo con l'avvento alla Casa Bianca di Barack Obama non ha colpito le alte sfere della politica indiana, per lo meno sotto uno degli aspetti più spinosi: la questione del Kashmir. Come già il precedente Presidente democratico, Bill Clinton, che nel 2000, in occasione di una visita nell'Asia del Sud, aveva definito il Kashmir come "il posto più pericoloso al mondo", anche Obama ha indicato la mai risolta disputa territoriale tra India e Pakistan quale uno dei punti focali per raggiungere la stabilità nell'intera regione.

Nei giorni scorsi si è assistito a quello che il Washington Post ha definito come un diplomatic coup, un "golpe diplomatico", ossia la cancellazione dietro pressioni indiane della questione del Kashmir dall'agenda di Richard "Bulldozer" Holbrooke, l'inviato speciale della nuova amministrazione USA in Pakistan e Afghanistan, già artefice degli accordi di Dayton che posero fine alla guerra in Bosnia-Erzegovina. Certi ambienti indiani non hanno decisamente gradito quella che ai loro occhi appare come un'ingerenza USA su questioni prettamente di politica interna, come ha rimarcato il National Security Adviser M. K. Narayanan in un'intervista concessa al periodico Outlook India, a cui si deve l'espressione che dà il titolo a questo post. Secondo quanto stabilito dallo Shimla Agreement del 1972, firmato l'anno successivo alla guerra che determinò l'indipendenza del Bangladesh e la sconfitta del Pakistan, le due Nazioni sarebbero tenute infatti a risolvere unicamente tra di loro le controversie territoriali, senza interventi esterni. Le obiezioni alla condotta indiana sulla questione, basata su un documento che per prima violò nel 1984 con l'occupazione del ghiacciaio del Siachen, approfittando di una definizione approssimativa dei confini nello Shimla Agreement, sono molte, soprattutto dal Pakistan, che ha sempre appoggiato un intervento mediatorio USA nella questione. L'India pare però su questo punto irremovibile: già le iniziative di Bill Clinton nel 2000 suscitarono eguali reazioni dalla "nomenklatura" indiana.

La vera paura dell'India potrebbe risiedere nella possibilità che una mediazione USA possa riportare in auge quanto stabilito nella Risoluzione n. 47 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (pdf), per cui il destino del Kashmir avrebbe dovuto essere deciso da un referendum, con cui la popolazione avrebbe potuto scegliere tra India, Pakistan o, come terza opzione, la creazione di un Kashmir indipendente. L'odierno Stato indiano del Jammu & Kashmir, in cui il 66% della popolazione professa l'Islam, si compone di tre distinte realtà territoriali: il Kashmir, con una popolazione al 97% musulmana; il Jammu a maggioranza Hindu (65%); il Ladakh, dove predominano con il 46% circa ciascuna le confessioni musulmana e buddista. Non è forse troppo azzardato ipotizzare che qualunque modalità di voto, statale o territoriale, significherebbe una sconfitta per l'India nel Kashmir, che nella migliore delle ipotesi potrebbe mantenere il controllo sul Jammu ed ottenere una seppur risicata vittoria in Ladakh, sebbene le ultime elezioni tenutesi alla fine del 2008 abbiano visto la vittoria del Jammu & Kashmir National Conference, partito dichiaratamente pro-indiano e alleato dell'Indian National Congress.

A ripercorrere la travagliata storia del Kashmir dal 1947 ad oggi, una mediazione internazionale appare come l'unica via percorribile per una soluzione di un conflitto che ha già causato migliaia di morti e portato le due Nazioni sull'orlo di una guerra nucleare, ma il dietro-front della diplomazia USA sul tema dimostra come ormai non si possa più non tenere conto, sullo scacchiere internazionale, dell'India.

Avviso ai naviganti

Da lunedì 16 febbraio 2009 comincerà ufficialmente la mia collaborazione con la rivista online NULLA DIES SINE LINEA, che lascio presentare alle parole dei suoi editori:

Nulla dies sine linea è un blog multiautore e una rivista aperiodica generica e gratuita di cultura e controinformazione che riunisce i contributi di persone che, in un modo o nell’altro, non subiscono passivamente il mondo ma tentano di farsi un’opinione personale. Potete leggerci qui oppure ottenere ogni numero in formato pdf abbonandovi gratuitamente.
Nulla dies sine linea, nessun giorno senza una linea. Queste le parole che Plinio il Vecchio (Storia Nat., 35) attribuisce ad Apelle, pittore greco del IV secolo a.C., parole che si riferiscono al quotidiano impegno lavorativo dell’artista e che, oggi, valgono ancora per tutti quelli che, con l’esercizio costante della propria arte, del proprio lavoro e della propria ragione, osservano il mondo e tentano di capirlo. Almeno questo è l’impegno che vi vogliamo offrire. Buona lettura.
Come potete immaginare, mi occuperò di una rubrica sull'Asia: il primo post sarà ispirato ai recenti attacchi dei Talebani a Kabul, dopodiché l'appuntamento diventerà mensile, con particolare attenzione ai fatti di cronaca più recenti, visti dagli occhi di chi "fa l'indiano".

Come direbbero in Terra d'Albione
: stay tuned, there too!

mercoledì 4 febbraio 2009

Nuove leve, vecchi cognomi

La più grande democrazia del mondo si appresta a tornare alle urne. Entro maggio 2009, 671 milioni di persone saranno chiamate a scegliere il successore di Manmohan Singh alla guida del Governo: un momento cruciale per l'India, un Paese ancora scosso dagli attacchi terroristici di novembre, ma desideroso di riscatto e di mantenere il ruolo di primo piano a cui è giunto negli ultimi anni. Un Paese per cui il Fondo Monetario Internazionale ha previsto, nonostante la crisi economica, una crescita del 5% nel 2009 e del 6,5% nel 2010, che potrebbe rappresentare una delle ancore di salvezza per l'economia planetaria.

Se fino a qualche mese fa appariva come molto probabile una vittoria dell'alleanza guidata dal Partito conservatore BJP, le recenti tornate elettorali in Rajasthan, Mizoram e nel
National Capital Territory di Delhi hanno dimostrato che il Partito del Congresso, principale Partito della United Progressive Alliance, ha ancora buone chance di ottenere un altro mandato da parte degli elettori. Nella "rimonta" del partito che fu di Jawaharlal Nehru e Indira Gandhi, un ruolo determinante è stato svolto da Rahul Gandhi, trentottenne figlio di Rajiv Gandhi, il Primo Ministro assassinato nel 1991 da un estremista Tamil, e dell'italiana Sonia. Il successo di Rahul Gandhi all'interno del suo partito e presso gli elettori è stato in gran parte dovuto alla sua giovane età e alla scelta di giovani come candidati nelle diverse tornate elettorali, in un Paese dove gli elettori con meno di 35 anni rappresentano il 65% della popolazione e dove le persone chiamate per la prima volta al voto sono circa 100 milioni.

Rahul Gandhi è l'icona della nuova India, della generazione di trentenni che hanno visto il loro Paese uscire da un'economia autarchica e socialista che lo aveva condotto sull'orlo della bancarotta ed entrare a pieno titolo tra le potenze industriali ed economiche del XXI Secolo, di quei giovani che hanno saputo credere nel cambiamento e cogliere le opportunità offerte dalla globalizzazione, arrivando a guadagni e stili di vita che solo la generazione dei loro padri considerava irraggiungibili. Rahul è però anche il rampollo della dinastia Nehru-Gandhi, che, a fasi alterne, ha deciso le sorti dell'India negli utimi cento anni, da quando il trisnonno Motilal Nehru entrò a far parte del movimento di resistenza fondato dal Mahatma Gandhi. Ogni Nehru-Gandhi ha rappresentato un simbolo della propria epoca e Rahul non sfugge a questa definizione, rispecchiando perfettamente il miscuglio di tradizione, rappresentata dal suo lignaggio, e modernità che è oggi l'India.

Anche l'India dunque è colpita dalla voglia di credere in una nuova generazione di politici che sta attraversando tutto il globo, a partire dagli Stati Uniti, con qualche eccezione.

Barack, Vladimir, Kurmanbek e il futuro dell'Asia del Sud

Per la prima volta, "Fare l'indiano" esce dai confini dell'India, ma neanche troppo.

Il “grande casino in Afghanistan” denunciato dal vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, a cui bisogna riconoscere un approccio molto diretto ai problemi di politica internazionale, rischia di peggiorare ulteriormente, a causa dell'intenzione del presidente del Kyrgyzstan, Kurmanbek Bakiyev, di chiudere l’accesso alla base aerea di Manas, alle porte della capitale Biškek. Con Uzbekistan ed Iran ostili all’America, il Pakistan ancora troppo instabile e per certi versi ambiguo ed il rifiuto da parte del Tajikistan di concedere l’uso dell aeroporto di Dushanbe per il traffico militare, Manas rappresenta un punto focale della strategia USA per l’Afghanistan, pagato profumatamente: dall'inizio dell'offensiva in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno infatti versato al Kyrgyzstan 150 milioni di dollari all'anno in aiuti umanitari. Aiuti che, denuncia il giornalista pakistano Ahmed Rashid, sono andati ad ingrossare le tasche della classe dirigente kyrgyza, senza portare effettivi miglioramenti nella qualità della vita della popolazione.

Si può parlare di una vittoria diplomatica per Mosca, decisa a riaffermare il controllo sulle Repubbliche che una volta costituivano l'Unione Sovietica, che ha comprato la fedeltà di Bakiyev con un pacchetto di aiuti ed investimenti da 2 miliardi di dollari, ma per l'America e i suoi alleati è un duro colpo, giunto pressoché all'indomani dell'annuncio da parte di Obama sul raddoppio delle truppe di stanza in Afghanistan, necessario per procedere alla ricostruzione del Paese e alla repressione della controffensiva talebana, giunta ormai alle porte della capitale Kabul.

Negletta per anni dall’amministrazione Bush, la questione della ricostruzione nazionale in Afghanistan ha assunto la dovuta, fondamentale importanza con l’avvento alla Casa Bianca di Barack Obama: è impensabile che si possa raggiungere una stabilizzazione della situazione geopolitica di tutta la regione senza prima aver reso stabile e sicuro l'Afghanistan, e in questo caso con "regione" si intende tutta l'Asia del Sud, India compresa. Ricostruire l'Afghanistan potrebbe innanzitutto dimostrare al mondo arabo che l'approccio occidentale è radicalmente cambiato rispetto alla politica del "gettare la pietra e nascondere la mano" di George W. Bush ed esercitare una forte pressione sui gruppi talebani ed estremisti, tra cui al-Qaeda, che hanno trovato rifugio nelle terre di nessuno dell'Hindu Kush e nelle Aree Tribali ad Amministrazione Federale del Pakistan.

Sulle montagne dell'Hindu Kush si gioca il destino dell'Asia del Sud: un Afghanistan sicuro potrebbe significare in un prossimo futuro anche un Pakistan sicuro e la ripresa a pieno regime del dialogo tra Pakistan e India sulla questione del Kashmir, bruscamente interrotto dopo la carneficina di Mumbai del novembre scorso, in cui il ruolo dei gruppi estremisti islamici una volta appoggiati dall'Inter-Services Intelligence, i potenti servizi segreti pakistani, a oggi non è ancora stato del tutto chiarito. In una sorta di "effetto domino" della democrazia, un governo rappresentativo effettivamente funzionante in quello che una volta era il baluardo della repressione estremista potrebbe rappresentare la chiave di volta per un'Asia del Sud più stabile e contrastare l'effetto velenoso della predicazione pro-talebana nelle madrasse sparse per tutta la regione, dall'Uzbekistan al Pakistan.

Si tratta di un compito assai arduo, che sicuramente avrà un alto prezzo sia in termini economici che di vite umane, ma la posta in gioco è estremamente alta e se la perdita di Manas si dovesse concretizzare e a nulla dovessero valere gli sforzi diplomatici di queste ore, sarebbe un duro colpo ad un processo potenzialmente capace di cambiare il destino di quasi un miliardo e mezzo di persone.