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sabato 11 dicembre 2010

Cronache dal Nordest - Prologo

Un po' di storia

Bisogna appellarsi alla travagliata storia del subcontinente indiano per spiegare come oggi gli stati di Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland e Tripura possano fare parte della federazione Indiana. Uniti oggi al resto dell'India da un "corridoio" che passa a Nord del Bangladesh, questi Stati fecero un tempo parte dell'Impero Britannico: con l'indipendenza dell'India, la Partition e la creazione del Pakistan orientale (l'odierno Bangladesh) nel 1947, i territori noti in epoca imperiale come Eastern Bengal and Assam vennero spartiti, lasciando all'India i territori di confine con la neonata Repubblica di Birmania, assieme ai protettorati indipendenti di Tripura e Manipur.


Con la fine del Raj britannico, la situazione della regione non era destinata a migliorare: nel 1962, le dispute territoriali tra India e Cina lungo il confine dell'allora Northeast Frontier Agency sfociarono in un conflitto armato, che vide la vittoria della Cina. Ancora oggi, a distanza di quasi cinquant'anni, lo Stato indiano dell'Arunachal Pradesh (in cinese Zangnan) è rivendicato dalla Repubblica Popolare ed è un tema ricorrente ogni volta che i governi indiano e cinese si incontrano per colloqui ufficiali. Da allora, come se non bastasse, un sempre maggior numero di gruppi insurrezionalisti è sorto nella regione, rivendicando maggiori autonomie, quando non addirittura l'indipendenza. Un rapido giro su Wikipedia permette di identificare ben sedici sigle collegate a gruppi armati operanti nella regione, ognuno mirante all'autonomia o all'indipendenza di un determinato Stato o di una specifica regione.

Un po' di etnologia e antropologia culturale

Il retaggio culturale delle popolazioni del Nordest dell'India è totalmente slegato da quello del resto della nazione, a cominciare dalla lingua: se infatti la maggior parte delle lingue indiane può essere inclusa in due grandi gruppi, ossia quello delle lingue indo-ariane a nord e quello delle dravidiche a sud, le lingue originarie della zona appartengono al gruppo delle lingue tibeto-birmane. All'interno di questo gruppo, è poi possibile identificare decine di lingue diverse, frutto della frammentarietà della società locale, in particolar modo presso il gruppo etnico dei Naga, localizzato nella parte più orientale della regione.

I Naga rappresentano forse la popolazione più particolare, tra quelle che abitano il Nordest dell'India: localizzate principalmente negli Stati di Assam, Arunachal Pradesh, Manipur e Nagaland, con propaggini fino nell'odierno Myanmar, le tribù facenti parte della Confederazione dei Naga (tra le quali Wikipedia - sempre lei - cita Anal, Angami, Ao, Chakhesang, Chang, Khiamniungan, Konyak, Lotha, Mao, Maram, Pochury, Phom, Poumai, Rengma, Sangtam, Sema, Tangkhul (Wung), Yimchunger e Zeliang - che ho riportato per far capire dai nomi l'affinità con le culture tibetane e birmane) hanno mantenuto nel corso dei secoli usanze e stili di vita che risalgono alla notte dei tempi, compresa la tradizione, oggi per fortuna abbandonata, della caccia alle teste. Ancora oggi, le tribù si sforzano, nonostante l'avanzata dell'occidente anche in zone così remote, di mantenere vive le proprie tradizioni, i propri balli e le proprie celebrazioni tribali.

Con la notevole eccezione degli Assamesi e dei Meitei del Manipur, le popolazioni del Nordest non hanno mai abbracciato la fede induista, mantenendo in molti casi le loro credenze tribali, legate a culti animisti. Il Nordest rappresentò terreno fertile per le attività dei missionari, giunti nella regione in seguito all'annessione all'Impero Britannico: la stragrande maggioranza dei Naga oggi professa la fede cristiana.

All'atto pratico

Presto mi dovrò recare a Dimapur, principale polo commerciale del Nagaland, per prendere parte alla fiera North East Agri Expo. Oltre a stare attento a non risvegliare nei Naga l'antica abitudine per quanto concerne le teste (in particolar modo la mia), questo ha comportato una serie di lungaggini burocratiche legate all'ottenimento di un permesso speciale, necessario per ogni straniero che intende recarsi nel Nagaland.

Giusto ieri ho ricevuto il Protected Area Permit - Registration NO.CON-3/PAP/12/2009 Under Para 3 of the Protected Areas Order 1958 (ah, la burocrazia indiana), quindi i fidati lettori del mio blog, ossia al momento - credo - mia madre ed Anecoico, potranno deliziarsi con le mie Cronache dal Nordest, sempre sperando che la mia chiavetta internet funzioni da quelle bande.

venerdì 10 dicembre 2010

Tutto è arte

Nek Chand Saini è l'artista che non ti aspetti: nato nel 1924 a Lahore, ispettore del Public Works Department della neonata Chandigarh, un giorno di quasi 40 anni fa da una piccola capanna cominciò a creare un mondo immaginifico, fatto di sculture astratte, antropomorfe e zoomorfe, cascate, fiumi, ponti, torri. "Particolarità nella particolarità", è tutto realizzato unicamente grazie a scarti di materiali da costruzione e altri rifiuti urbani, magistralmente composti a rendere viva la visione dell'artista in quello che è noto come il Rock Garden.

Quello che colpisce appena giunti è l'altezza dei varchi: quella di Chand è la rappresentazione di un mondo ultraterreno, popolato di dei, eroi e protagonisti del mito e pertanto gli uomini devono entrarvi chinati, in segno di rispetto. Chi ha un po' di conoscenza del mito indiano, vagando per la "prima fase" del giardino, non può non riconoscere da subito certi specifici temi, come il dio Shiva armato del suo tridente che, dall'alto del monte Kailash, guarda verso i mortali, o intravedere nelle architetture abbozzate le leggendarie città di Indraprastha, Hastinapura e Ayodhya, o nelle cascata e nei rivoli rappresentazioni dei fiumi sacri dell'India. Tutto nel Rock Garden sembra studiato coscientemente per suscitare stupore ad ogni angolo, ad ogni veduta, ma si tratta di un lavoro spontaneo, frutto di ispirazione estemporanee date dalle forme degli oggetti trovati nelle discariche di materiale edile, sulle rive di fiumi, nel corso di lunghe passeggiate in bicicletta nell'area.

Il senso dell'opera si perde purtroppo nella "terza fase" del parco, più simile ad un parco giochi per famiglie indiane, con tanto di specchi deformanti, acquari, altalene e castelli gonfiabili, ma basta spostarsi verso la seconda fase per ritrovarsi di nuovo immersi in un mondo surreale, popolato di strane creature bi o tricefale che sorridono ai visitatori e animali appena distinguibili. L'ultima parte del Rock Garden è una celebrazione dell'umanità, con statuine di persone comuni, fornai, camerieri, impiegati, beoni (distinguibili da una bottiglia di birra vuota tenuta in posizione orizzontale), donne dai sari variopinti (realizzati con le guaine dei cavi elettrici), famiglie intere, bambini che giocano su un albero mentre il padre vigila e tutto quello che uno aspetterebbe di trovare nel nostro mondo, di cui questa parte del Rock Garden vuol'essere rappresentazione.

Il Rock Garden porta alle estreme conseguenze il senso di straniamento che colpisce il viaggiatore che arriva in India: non si tratta soltanto più di una cultura diversa dai nostri canoni, ma di un mondo totalmente diverso, dove si abbandona il nostro reame per entrare in un'altra dimensione, che appare davvero, nonostante i materiali prettamente d'uso comune, più appartenere agli dei che non agli uomini.


martedì 28 aprile 2009

Viaggiare in India: Jodhpur

Jodhpur, l'antica capitale del Marwar, da cui gli eserciti dei Rajput, discendenti mitologici del Sole stesso, mossero guerra al potente Impero Moghul, riuscendo a mantenere la propria fiera indipendenza. Jodhpur, la fiabesca città blu dominata da secoli dall'imponente Mehrangarh, che nemmeno i più ingegnosi assedi riuscirono a conquistare. Jodhpur, da cui generazioni di intraprendenti mercanti Marwari sfidarono il deserto del Thar in nome della ricchezza. Peccato che nessuna di queste antiche e gloriose immagini, complice una poco felice ubicazione, giunga alla mente arrivando alla stazione degli autobus: i palazzi non sono blu, il forte non si riesce a scorgere e l'unico assedio a cui si assiste è quello dei guidatori di autorickshaw che cercano di accaparrarsi i turisti.

Bastano però pochi minuti di
autorickshaw perché davanti agli occhi si presenti uno scenario fiabesco: la città vecchia sembra un lago di indaco e su di essa si staglia in tutta la sua imponenza il grande forte dei Rathore, il Mehrangarh, la cittadella del Sole. Voluto nel 1459 da Rao Jodha, quindicesimo Raja di Rathore e rimaneggiato nel corso dei secoli dai suoi successori, il forte sembra la naturale prosecuzione della collina su cui è posizionato, a circa 125 metri sopra la città. Alla sua conservazione ed a tutte le attività turistiche, culturali e museali provvede una fondazione, la Mehrangarh Museum Trust, presieduta da Gaj Singh II, l'odierno Maharaja di Jodhpur. Il lavoro svolto dal trust è encomiabile: il forte è in un perfetto stato di conservazione, decine di operai sono continuamente al lavoro per preservare i tesori architettonici del forte dall'inclemente clima del Marwar e nessun accorgimento è stato lasciato al caso per rendere la visita al forte piacevole. Una particolare nota di merito va alle audioguide, che normalmente io detesto, in perfetto italiano e ricche di informazioni utili ed approfondimenti.

Scendendo dal Mehrangarh si arriva, attraversando la città vecchia dai muri dipinti di indaco, al Bazaar, dedalo di vicoletti dove centinaia di negozi vendono di tutto, dalle spezie all'elettronica, dalla verdura all'artigianato in legno. Gli occhi sono rapiti dal trionfo di colori rappresentato dalle spezie sulle bancarelle, le grida dei mercanti che invitano le persone a comprare nel loro negozio si mischiano in una cacofonia di suoni. Si alza un alito di vento, insufficiente a portare un minimo di sollievo dalla calura ma abbastanza da sollevare il curry e il peperoncino e a depositarlo gentilmente nei miei occhi, con grande ilarità dei passanti. Il clima inclemente rende necessaria una continua idratazione e scopro gusti nuovi, dal
makhania lassi, specialità di Jodhpur a base di yoghurt, zafferano e burro, al frullato di papaya.

Per cercare di sfuggire alla calura, un'altra ottima soluzione è spostarsi a Mandore, ad una decina di chilometri dal centro città, dove una volta sorgeva l'antica capitale dei Rathore, prima della fondazione di Jodhpur. Oggi questa località, divenuta negli anni un sobborgo di Jodhpur, ospita un piacevole parco, dove si può passeggiare tra i cenotafi dei Maharaja ed ammirare la
Hall of Heroes, un galleria di quindici statue dove mito e realtà si incontrano, dove accanto alle raffigurazioni delle divinità trovano spazio quelle dei condottieri Rathore.

Giunge la sera e il dovere mi chiama indietro a Delhi: dopo un lauto pasto e un paio di birre, alle 22.00 salgo su un pullman del Rajasthan State Road Transport Corporation. Alle 05.00 sarò a Jaipur, dopodiché troverò anche un modo di tornare a Delhi. Forse.

domenica 22 marzo 2009

Viaggiare in India: da Delhi a Khajuraho

Atto I - da Delhi a Gwalior

Come tutte le stazioni ferroviarie dell'India, Hazrat Nizamuddin a New Delhi è un crogiolo di umanità dove ricchi e poveri, giovani e vecchi si trovano, accomunati da un viaggio su una delle reti ferroviarie più estese al mondo. Il Gondwana Express naturalmente è in ritardo e non c'è modo migliore di ingannare l'attesa che bere un chai in un chiosco, guardando le centinaia di persone che si accalcano nella stazione. Vedere le classi più basse dei treni mi fa venire i brividi: la mancanza di qualunque forma di prenotazione fa sì che nei vagoni si ammassino persone ben oltre il limite di capienza e solo i più agili e i più fortunati possono approfittare di una delle panchine di legno. Per fortuna la classe 2A in cui mi trovo io una volta salito sul treno è decisamente migliore e, dopo un sonno ristoratore durante il viaggio, raggiungo Gwalior, la prima tappa.

La prima impressione è la stessa di tutte le città dell'India del Nord, ossia di polvere, traffico e caos, ma la vista della fortezza che dall'alto di una collina rocciosa domina la città fa dimenticare tutti gli aspetti negativi.
Come ho già avuto modo di denunciare in un precedente post, il Forte di Gwalior, pur non avendo nulla da invidiare alle più rinomate fortezze del Rajasthan, giace in uno stato di forte incuria, dovuta verosimilmente al fatto che, non essendo una meta molto gettonata da parte dei turisti occidentali, non vi sono particolari interessi nel conservare al meglio l'area. L'altra faccia di questa medaglia è l'estrema cordialità della gente, che non ha ancora piegato la tradizionale ospitalità indiana alle esigenze del business, come testimonia il rifiuto di servire carne di agnello in un ristorante perché vecchia di un giorno.

Nella luce soffusa del tramonto, scendendo dalla rocca verso la città, si incrocia lo sguardo delle statue dei Tirthankar giainisti, la cui aura di seraficità impressa da secoli nella roccia non può non riportare alla mente le parole di Max Mueller: " Se mi venisse chiesto sotto quale cielo l'ingegno umano ha sviluppato alcuni dei suoi doni migliori, ha più profondamente ponderato sui più grandi problemi della vita ed ha trovato delle soluzioni, indicherei l'India".


Atto II - Da Gwalior a Orchha

Il Gondwana Express lentamente si avvia fuori della stazione di Gwalior e percorre le campagne sonnolente del Madhya Pradesh del nord, costeggiando le testimonianze in rovina di quelli che furono potenti Stati, come l'imponente e totalmente negletto palazzo di Datia. Il nome di Jhansi, importante nodo ferroviario e tappa obbligata per raggiungere Khajuraho, riecheggia nelle cronache delle lotte indiane per l'indipendenza: dal suo seicentesco forte infatti la Rani Lakshmibai, figura entrata a pieno titolo nel pantheon di eroi dell'India indipendente, mosse battaglia alle truppe inglesi durante la rivolta del 1857, cadendo nei pressi di Gwalior.

Ad una manciata di chilometri da Jhansi,
in un leggero avvallamento sulle rive del fiume Betwa, si trova Orchha, uno dei gioielli della regione del Bundelkhand. Dalle finestre dell'imponente palazzo si gode una vista magnifica sulla piana, la cui uniformità è intervallata unicamente dalle guglie dei numerosi templi costruiti a partire dal XVI secolo.

Atto III - Da Orchha a Khajuraho

Mancando un qualunque collegamento ferroviario, per raggiungere Khajuraho bisogna per forza affidarsi o ai numerosissimi pullman o ad un taxi privato. Le pessime condizioni della strada non permettono di superare una media dei 30 km/h in pullman o 50 km/h in auto, rendendo incredibilmente lungo un viaggio di circa 180 km. Se a Ranipur e Chhatarpur, tappe obbligate dei pullman sulla NH75, la presenza degli occidentali suscita curiosità ma non particolare stupore, diversa è l'impressione sugli abitanti dei villaggi di Mao e Nowgong, per cui il vedere dei bianchi scendere da una macchina e andare verso un banchetto di succhi di frutta non deve aver dato sensazioni diverse dal vedere degli alieni sbarcare da un disco volante.

Dopo un viaggio che sembra interminabile, si raggiunge finalmente Khajuraho, dove ad un'alta affluenza di turisti corrisponde, quasi logicamente, un gran numero di procacciatori d'affari, che in quasi tutte le lingue del mondo invitano i turisti nelle decine di negozi e alberghetti sparsi per la città. Famosa per i suoi templi decorati con motivi erotici (questa è una definizione molto da guida turistica, io parlerei tranquillamente di pornografici), Patrimonio dell'Umanità, Khajuraho è l'esatto opposto di Gwalior, ben tenuta, curata e oggetto di continui restauri. Anche se l'insistenza di venditori e procacciatori può essere a tratti snervante, rappresenta sicuramente una meta affascinante.

lunedì 23 febbraio 2009

Viaggiare in India: Bhopal e Sanchi

Il nome di Bhopal è associato ad una delle più grandi tragedie industriali della Storia: è passata da pochi minuti la mezzanotte del 2 dicembre 1984 quando, a causa di un guasto agli impianti di contenimento dei prodotti chimici, dalla fabbrica della Union Carbide si riversano sull'assopita città indiana 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), componente essenziale nella fabbricazione dell'insetticida Sevin. Ancor'oggi, a più di ventiquattro anni di distanza, i segni del disastro si fanno sentire, soprattutto nella popolazione ammassata nei quartieri popolari a ridosso dell'area industriale dove aveva sede la Union Carbide.

Arrivando dalla città vecchia, il muro che costeggia la strada è ricoperto di riquadri neri, le cui scritte bianche chiedono giustizia per le vittime del disastro e denunciano la collusione tra Union Carbide, The Dow Chemical Company, l'azienda che rilevò la Union Carbide nel 2001, e il Governo del Madhya Pradesh, reo a detta degli accusatori di non aver agito con sufficiente incisività per contrastare gli effetti venefici delle infiltrazioni di MIC nel terreno e di aver appoggiato gli interessi americani piuttosto che la popolazione. Frotte di ragazzini, in cerca di qualche rupia, circondano il mio autorickshaw mentre mi avvicino all'area industriale, lanciano qualche sassolino ma scappano alla prima occhiataccia, salvo ricomparire dopo pochi minuti per chiedere ancora più insistentemente la carità e lanciare qualche altro sassolino. Tutto si ferma al comparire di un poliziotto, evidentemente deputato al sorvegliamento della fabbrica, che mi informa, con mio profondo disappunto, che l'unico modo per accedere al complesso della Union Carbide è l'ottenimento di un modulo presso un ufficio specifico. A nulla valgono i blandi tentativi di convincere la guardia e mi devo allontanare, non prima di aver buttato un occhio al profilo della fabbrica, che si staglia da dietro gli alberi.

Non resta altro che una passeggiata, perdendosi nell'intricato labirinto di vie che costituiscono il Chowk Bazaar, passando sotto gli imponenti minareti della Taj-ul-Masjid, una delle moschee più grandi di tutta l'India, e percorrendo le vie fino all'Upper Lake, dove cercare ristoro dal caldo, già forte a febbraio, all'ombra di uno dei gazebo sulle rive del lago, aspettando che il sole scenda e ne faccia risplendere la superficie. 

Gradevole come meta per un giorno, Bhopal costituisce soprattutto un'ottima base per esplorare la regione. Gioiello dell'area è Sanchi, a circa sessanta chilometri, vero capolavoro dell'arte e dell'architettura buddhista. Non stupisce che il grande imperatore Ashoka, convertitosi al buddhismo, avesse scelto proprio Sanchi per fondare il grande complesso monastico: ancora oggi il sito, immerso nella quiete della campagna del Madhya Pradesh, trasmette una sensazione di pace, interrotta unicamente dal lontano fischiare di un treno o dallo schiamazzare di qualche visitatore poco rispettoso. Esperienza unica è trovarsi a Sanchi al tramonto, quando ormai la maggior parte delle orde di scolaresche e di gruppi turistici ha abbandonato l'area e, nel silenzio quasi più assoluto, la luce morente del giorno dipinge di tonalità rosacee gli stupa che, da più di duemila anni, testimoniano la religiosità e il gusto dei regnanti indiani.

giovedì 19 febbraio 2009

L'ospite è Dio

Viaggiando per l'India, soprattutto nelle località meno battute dal turismo internazionale, capita sovente di imbattersi in monumenti di grandiosa bellezza, ma purtroppo lasciati nella quasi completa incuria e alla mercé dei vandali. 

Ne è un esempio calzante la maestosa fortezza di Gwalior, nello Stato del Madhya Pradesh, pressoché totalmente fuori da qualunque tour organizzato e non, dove gli edifici che una volta ospitavano la fastosa corte degli Scindia sono ridotti ormai in uno stato che ricorda decisamente le periferie delle nostre città.

Può poi capitare di essere oggetto di raggiri, schernimento e anche di un sasso lanciato da un ragazzino dotato di scarsa mira e di ancor minore educazione in una via di Bhopal. Chi rischia di più in assoluto sono le ragazze occidentali, di cui i ragazzi indiani hanno sovente un'immagine distorta, complice la trasmissione da parte delle emittenti locali di soap opera come "Beautiful", che sicuramente non annoverano modelli di virtù tra i protagonisti e che vengono prese, specie nell'India delle piccole città, come metro di giudizio su tutto l'Occidente, come ci ricorda Pankaj Mishra nel divertente libro "Pollo al burro a Ludhiana".

Per combattere questi fenomeni di malcostume, che rischiano di ledere l'immagine dell'India come meta accogliente per i turisti, il Ministero del Turismo ha recentemente lanciato una lodevole iniziativa di sensibilizzazione sul tema: Atithi Devo Bhavah. Sotto l'aspetto concettuale, la campagna pubblicitaria appare molto azzeccata, grazie ad una sapiente miscela di tradizione, rappresentata dal nome stesso dell'iniziativa, un antico detto sanscrito traducibile letteralmente come "l'Ospite è Dio [e come un Dio va trattato]", e di modernità, grazie alla scelta di un attore in voga quale Aamir Khan come testimonial.

Non resta che augurarsi che il messaggio venga recepito.

giovedì 29 gennaio 2009

Viaggiare in India: Bundi

Quando si dice il caso...

Penso che a Bundi, città del Rajasthan lontana dai canonici itinerari turistici, si possa finire unicamente per caso o per precisa volontà. Per quanto mi riguarda, è valsa la prima opzione: fino al mio arrivo a Jaipur ero deciso a raggiungere Jodhpur, ma, avendo realizzato che il fattore tempo mi sarebbe stato decisamente avverso, aprendo a casaccio la Lonely Planet alla ricerca di una meta più alla portata dei miei due giorni, rimasi colpito dalla descrizione della cittadina da parte dell’autrice e decisi sul momento di andarvi. Gli inizi di questo viaggio non sono stati decisamente dei migliori: in seguito alla festa di Holi, buona parte degli autobus governativi erano stati cancellati e l’unico appetibile, programmato per le 15.15, si mosse unicamente alle 16.15.


Incredibilmente, eravamo dieci persone su tutto l’autobus, compresi alcuni verosimilmente costretti dal controllore a salire per arginare i danni di un viaggio economicamente in passivo, il che ha permesso un viaggio molto comodo, anche se ho corso il rischio che il pullman venisse annullato per mancanza di passeggeri. Grazie al fido iPod, nonché al paesaggio antico della strada che, attraverso i centri abitati di Tonk e Deoli, mi avrebbe condotto a Bundi, il viaggio di 210 chilometri, ossia cinque ore e mezza, si è rivelato ancora meno pesante del previsto: le grandi suite del progressive rock, da "Atom Hearth Mother" ed "Echoes" dei Pink Floyd a "Tales From The Topographic Oceans" degli Yes, sono, a mio parere, la perfetta colonna sonora per le strade dell'India.

Arrivando a sole già tramontato, dopo una strada abbastana tortuosa, che nasconde la città fino all’ultimo, l’improvvisa vista del palazzo e del forte illuminati, in cima ad una collina, e della città alle sue pendici, mi ha subito fatto capire di aver avuto fortuna nella scelta della meta. Il viaggio dalla stazione degli autobus all’albergo ha sempre più confermato la mia impressione: a Bundi, grazie alla pressoché totale assenza delle orrende colate di cemento che caratterizzano la maggior parte dell’India, specialmente nelle zone a più alta affluenza turistica, il tempo sembra essersi fermato. Albergo ineccepibile in quanto a pulizia e cordialità della gestione, una gustosa cena a base di Chicken Masala e una bella birra Kingfisher ghiacciata (estremamente piacevole, dopo una giornata su un pullman governativo del Rajasthan State Road Transport Corporation privo di aria condizionata) e dopodiché, a dormire, per recuperare le forze in vista di una domenica dedicata all'esplorazione.

E così, dopo una bella dormita e una “parca” colazione all’indiana, a base di masala omelette, aloo parantha (pane ripieno di patate e cipolle) e masala chai (té allo zenzero), rinfrancato, ho dedicato la domenica ad esplorare il posto. Naturalmente la mia visita non poteva che cominciare dal palazzo, costruito, nella sua forma attuale, dai reali di Bundi attorno al XVII secolo. Il potersi immergere nell’ammirazione delle strutture e dei magnifichi affreschi nella quiete della domenica mattina, quando il sole e il caldo del Rajasthan di fine marzo offrono ancora un minimo di tregua, e soprattutto senza interferenze, visti i pochissimi turisti, è evento raro, ma può, per fortuna, ancora succedere. Aveva ragione Rudyard Kipling quando, descrivendo le meraviglie del Rajasthan, che visitò verso la fine dell'ottocento, scriveva: "the Palace of Bundi, even in broad daylight, is such a palace as men build for themselves in uneasy dreams -- the work of goblins rather than of men."

Un'esperienza ancora più surreale è quella che ho vissuto al Taragarh, il “Forte delle Stelle”, posizionato in cima ad una collina, totalmente abbandonato, dove eravamo ben quattro esseri umani (io e tre ragazzi indiani che si sono offerti di accompagnarmi) e un centinaio di scimmie, incuriosite dalla nostra presenza ma affatto pericolose. Dai suoi bastioni, la vista della città, da cui, a causa della distanza, è esclusa ogni traccia di modernità, fa pensare di trovarsi ancora nel XVII secolo, quando i signori di Bundi guardavano i loro domini. Unica nota dolente (non nel senso metaforico) sono stati i rovi, con aculei lunghi diversi centimetri, per i più poetici testimonianza della selvaggia natura del Rajasthan, per me causa di un dolore lancinante ai piedi.

Non è un caso che Rudyard Kipling si fosse fermato a soggiornare sulle rive del Jait Sagar, lago artificiale a tre chilometri dal centro abitato, sulle cui rive lo scrittore inglese compose i Racconti delle Colline. In posti come questo è possibile rivivere le sensazioni che hanno vissuto i primi Europei che giunsero in India e che hanno contribuito a creare la nostra immagine collettiva dell'esotico, del mistico e dello spirituale.

Viaggiare in India: Varanasi

L'offerta di "Fare l'indiano" si amplia ulteriormente, anche se non se ne sentiva il bisogno, grazie alla nuova rubrica "Viaggi": non voglio certo mettermi a fare concorrenza alla Lonely Planet, ma attenermi più al concetto di "viaggio sentimentale" come lo aveva indicato Laurence Sterne.

C'è qualcosa di forse incomprensibile per noi occidentali, abituati da sempre a pensare in termini razionali, in Varanasi, la città santa per antonomasia dell'Induismo. Eppure il primo impatto, arrivando dall'aeroporto è quello di una tipica città dell'India e, in particolar modo, dell'Uttar Pradesh: il traffico caotico, esasperato da una rete viaria non adatta al numero di veicoli; l'approssimazione nella realizzazione degli edifici; l'odore acre dei rifiuti. Come già a Pushkar e, in generale, in tutte le città sante dell'India, si osserva una dieta strettamente vegetariana ed è proibita la vendita e somministrazione di bevande alcoliche. Un piccolo prezzo da pagare, paragonato a quello che si riesce a vedere e ad imparare da questo posto.

Una specie di mantra che si impara per le strade di Varanasi (o Benares, Banaras o altre dizioni che si possono trovare indistintamente) e che un genio ha avuto l'idea di mettere su maglietta è questo: No boat, no hash, no silk, no rickshaw, no hotel, no restaurant, no money... "Grazie" al continuo afflusso di turisti da tutto il mondo, i procacciatori d'affari sono più insistenti che altrove, col risultato che bisogna essere molto calmi e, soprattutto, avere già una certa esperienza dell'India per non cadere in uno stato simile al protagonista di "Un giorno di ordinaria follia".

Ma Kashi, come veniva chiamata anticamente, non è questo: è i suoi ghat, dove milioni di pellegrini ogni anno si bagnano in Ganga, la Grande Madre; è i suoi innumerevoli templi, segno di una devozione incrollabile nell'ausilio degli dei; è la schiera di sadhu, pellegrini, asceti e semplici devoti che in essa testimoniano la forza delle convinzioni dell'Induismo.

Per capire il significato di questa città e la straordinaria valenza che essa ha per gli Induisti, devo fare una breve digressione. Come molti sanno, l'Induismo prevede per ogni anima un ciclo di reincarnazioni, detto samsara, che deve sottostare alle leggi del karma: salvo alcuni periodi passati in una specie di Paradiso, dove, spiega una bellissima immagine del Mahabharata, le anime sedute in una platea ascoltano il dio Brahma svelare gli enigmi del creato, ognuno di noi è costretto a tornare sulla Terra, per cercare di migliorare il proprio karma e liberarsi dal samsara. Esiste una via più breve per abbandonare questo ciclo di morte e rinascita, ossia morire a Varanasi e far sì che il proprio rito funebre si svolga su uno dei ghat.

A Varanasi si mischiano la gioia e il dolore, la vita e la morte, la devozione e l'indifferenza, la forza e la paura. Una miriade di rituali antichissimi, come testimonia il persistente uso del Sanscrito nella celebrazione, viene ogni giorno attuate sulle rive della Grande Madre. Uno dei più suggestivi è quello che si svolge al mattino, per salutare la nascita del Sole, da cui il nome di Surya Namaskaar: l'ho potuto vedere di sfuggita, dalla finestra della mia camera d'albergo, ancora parecchio assonnato, ma ho in mente l'immagine dei devoti rivolti verso il Sole a dargli ancora una volta il benvenuto, come da migliaia di anni.

Un discorso a parte lo merita la cerimonia del funerale, a cui per tradizione possono prendere parte solo gli uomini. Innanzitutto mi è stato spiegato che la cremazione non è per tutti: i bambini, le donne incinte e chi è morto in circostanze particolari (ad esempio ucciso dal morso di un serpente), ritenuti particolarmente puri, non vengono cremati, ma ad essi viene legata una pietra al collo e sono gettati direttamente nella Ganga. Per tutti gli altri, il rituale prevede la cremazione. Dopo essere stato lavato con le acque del Gange, il defunto viene coperto con legno di sandalo, per attenuare gli odori, e di banyan, un albero ritenuto sacro: è particolarmente impressionante vedere le enormi cataste di legna. La pira viene poi accesa tramite una fascina, il cui fuoco è stato acceso presso il tempio di Shiva che sovrasta uno dei ghat, che si dice essere alimentato da migliaia di anni senza interruzione. Il fuoco viene poi alimentato e mantenuto per ore grazie al ghi, un burro chiarificato che causa un fumo particolarmente denso. Quando il corpo, dopo ore, è totalmente incenerito, le ceneri vengono raccolte e sparse nel fiume. È quì che si mischiano vari sentimenti nei partecipanti, che hanno sì perso il loro caro, ma averlo perso a Varanasi significa che è libero dal samsara: la sua anima ha finito di essere tormentata dal ciclo delle reincarnazioni è può finalmente annullarsi.

Particolare valore hanno degli edifici fatiscenti posti sulle rive del Gange: sono ospizi, a volte gestiti addirittura dai vari governi dello Stato Indiano, dove gli anziani con pochi mezzi economici possono ritirarsi ed aspettare la fine in pace ed in meditazione. Vicino ad uno dei ghat, delle vecchiette raccolgono donazioni per mandare avanti questi ospizi e per comprare i numerosi chili di legna che servono al rituale funebre: una di queste, che dicono avere 107 anni (!), mi ha anche benedetto a fronte di una piccola donazione. Spero che il mio contributo sia servito e che sia davvero stato utilizzato per la causa che mi è stata detta: se quei soldi sono stati spesi per fare felice qualcuno, a prescindere dal fatto che le sue convinzioni siano vere o false, ben venga.

Un'altra esperienza unica è girare per i vicoli della città vecchia, estremamente decadenti, ma dove ad ogni angolo si può trovare qualcosa che colpisce l'occhio, sia esso un tempietto finemente costruito nascosto dai palazzi, una moschea, che simboleggia la grande tolleranza religiosa degli Indiani, una casa riccamente decorata di fregi, oppure un bel cortile. Perdersi per i suoi vicoli (e perdersi è automatico) può rivelarsi un modo estremamente affascinante di trascorrere un pomeriggio a Varanasi.